sabato, 17 ottobre 2009

harry potter, dr. house e sartre


harry potter cappello parlanteÈ come Harry Potter: il cappello parlante ha rivelato la sua natura da serpeverde, ma lui si è fatto il proprio destino scegliendo di andare nel grifondoro.
Parafraso così le parole che uno dei personaggi di
Dr. House - serie di per sé profondamente filosofica - ha pronunciato nell'episodio andato in onda l'altra sera.

Io, a questo punto, ci aggiungo Sartre e il suo concetto di circuito dell'ipseità, per cui non è tanto importante cosa gli altri hanno fatto di noi, ma cosa noi facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi.
Per Sartre è la malafede l'atteggiamento in base al quale ci si nasconde dietro i determinismi, si sostiene di non decidere, di essere trasportati dal proprio passato o dal destino, più che agire vuole si credere di essere agiti. Questa presunta passività, questo “volo a vela”, questa “costituzione passiva”, è semplice auto-inganno: in realtà è necessario che la coscienza dia esistenza alla propria costituzione, che la attualizzi. I soggetti non sono mai oggetti del proprio destino, è necessario che il destino venga attuato.
Per Sartre la passività viene interiorizzata e poi riesteriorizzata in un processo dialettico continuo, i condizionamenti vengono assunti (affermati o negati) e superati in una proposta successiva. Si tratta di due fasi di uno stesso movimento assolutamente libero (l’uomo è condannato alla libertà): il primo è il processo di interiorizzazione dell’esterno, il secondo è l’esteriorizzazione dell’interno. Questo piccolo movimento fa di un essere condizionato un uomo.
È necessario che questo circuito dell’ipseità sia un’azione autentica, un’accettazione della propria libertà, e non la scelta in malafede di non superare la fatticità e bloccare il proprio essere in una recita.


svolto da nicce alle ore 15:48

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domenica, 27 settembre 2009

il cavaliere contro la libertà di stampa


IL SIGNORE MAGRO - Che cosa pensa de L'ultimo giorno di un condannato?
ERGASTO - In fede mia, signore, non l'ho letto e non lo leggerò. Sembra che ci sia un capitolo contro la religione e un capitolo contro la monarchia. Se fossi procuratore del re...
IL CAVALIERE - Già, procuratore del re; e la Carta [costituzionale elargita da Luigi Filippo ai francesi all'atto di salire al trono nel 1830], e la libertà di stampa? Nondimeno, un poeta che vuol sopprimere la pena di morte è odioso. Ah, ah, sotto l'antico regime se qualcuno si fosse permesso di pubblicare un romanzo contro la tortura... Ma, dopo la presa della Bastiglia, si può scrivere tutto; e i libri fanno un male terribile.
IL SIGNORE GRASSO - Terribile! Si stava tranquilli, non si pensava a niente, di tanto in tanto, in Francia, si tagliava una testa qua e là, al massimo un paio alla settimana, e tutto senza rumore, senza scandalo. Non se ne diceva niente, nessuno ci pensava; ed ecco qui un libro... un libro che fa venire un terribile mal di testa.
ERGASTO - Ciò turba le coscienze. Ah, che libro abominevole!
IL CAVALIERE - Ah, i nostri tempi! Come si è depravato tutto dopo d'allora, il gusto e i costumi.
IL FILOSOFO - Ma, non si pranza in questa casa?

(Victor Hugo, Una commedia a proposito di una tragedia, prefazione in forma di dialogo inserita nella quarta edizione de L'ultimo giorno di un condannato)


svolto da nicce alle ore 15:40

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lunedì, 07 settembre 2009

deviseificazione


witkiewicz«E adesso forza, facce, fatevi avanti! No, non vi dico addio, estranee sconosciute facciate dei tizi estranei e sconosciuti che mi leggeranno, anzi, vi do il benvenuto. Salve graziose ghirlande di parti del corpo, tutto comincia adesso: fatevi avanti, venite a me, rimpastatemi pure, fabbricatemi una faccia nuova, perché debba di nuovo fuggirvi e rifugiarmi in altre persone e correre correre correre attraverso tutta l'umanità».
(Witold Gombrowicz, Ferdydurke)

Il protagonista del romanzo di Gombrowicz accetta il tentativo di sfuggire al viso, sembrando in ciò seguire il suggerimento filosofico di Deleuze e Guattari sulla "deviseificazione": «essa libera per così dire teste cercanti che disfano gli strati al loro passaggio, forano i muri di significanza e balzano fuori dai buchi di soggettività, abbattono gli alberi per fare posto a veri e propri rizomi, e guidano i flussi verso linee di deterritorializzazione positiva o di fuga creatrice» (Gilles Deleuze, Félix Guattari, Millepiani).

witkiewiczE Stanislaw Ignacy Witkiewicz (aka Witkacy) - pittore, commediografo, filosofo, critico letterario, romanziere e amico di Gombrowicz - sembra mettere in pratica, con La Ditta dei ritratti,  proprio l'idea che
la personalità sia al limite afferrabile solo in molteplici sequenze, in molti ruoli-maschere, eseguendo infatti una serie di ritratti di uno stesso soggetto e in una varietà di stili - da quelli più “rileccati”, vicini al kitsch, fino a un groviglio di linee quasi astratto, e alcuni realizzati con l’ausilio di narcotici di qualità superiore (alcol, cocaina, caffeina, etere, tè, mescalina) e dal prezzo inestimabile.
Così, nell’anarchia totale di un disegno ribelle che, pur senza rifiutare il ritratto, gli dimostra ostentatamente la sua disistima, nel moltiplicarsi all’infinito della forma che confonde l’immagine e fa aumentare la tensione, il disegno raggiunge il limite oltre cui appare il “mistero”.

witkiewicz


svolto da nicce alle ore 10:38

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domenica, 06 settembre 2009

corso di filosofia in sei ore e un quarto (II)


Non bisogna soccombere alle teorie, ma sapere che i sistemi hanno vita brevissima e non lasciarsi sopraffare da essi, spiega Witold Gombrowicz nella parte su l'esistenzialismo della sesta - e ultima - lezione del suo Corso di filosofia in sei ore e un quarto.
«L'esistenza è fatta di nulla e non può essere scoperta se non dall'esistenza del nulla. (Esempio, Stavrogin, ne I Demoni di Dostoevskij, nella scena del duello [tutto torna, ma io ancora non sono arrivato a leggere quel punto...]). Io dico: l'uomo non deve lasciarsi ingannare dalla propria forma. Deve cercare di andar oltre, e affermare che l'uomo sfugge a ogni definizione, a ogni teoria, a tutto. La relazione dell'uomo con il suo pensiero più profondo è caratterizzata dall'immaturità. È come uno studente che si sforzi di dire cose importanti con uno scopo futile, per superare un altro, ad esempio, per mostrarsi più sapiente di lui».

heideggerPer questo Gombrowicz si interessa dell'esistenzialismo - del quale, anzi, può essere considerato un anticipatore letterario - e apprezza soprattutto il pensiero di Heidegger che, chiedendosi perché esiste qualcosa e non il nulla, pone prima il nulla e poi, in secondo luogo, come sua contraddizione, l'essere, conducendo a esperire l'esistenza umana come una costante opposizione al nulla, «una fiamma che incessantemente richiede di esser ravvivata, alimentata».
Per Heidegger l'esistenza umana non è del tutto assicurata, ma esige continue conquiste, preoccupazioni, cura (Sorge), e l'uomo non è mai laddove è ma sempre trascendente, il suo tempo è il futuro e sua caratteristica autentica l'essere-per-la-morte (Sein-zum-Tode).


svolto da nicce alle ore 13:20

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sabato, 05 settembre 2009

corso di filosofia in sei ore e un quarto


«Non si tratta di chiedersi se bisogna o non bisogna fare della filosofia. Facciamo della filosofia, perché non è possibile sottrarsi. È fatale. La nostra coscienza si pone dei problemi. Bisogna tentare di risolverli. Alla filosofia non è possibile sottrarsi».
Così afferma Witold Gombrowicz alla fine della prima lezione del suo Corso di filosofia in sei ore e un quarto - che ho comprato l'altro giorno.

Uno dei filosofi trattati dall'autore polacco è Schopenhauer, di cui si apprezza la teoria sull'arte: «L'arte, secondo Schopenhauer, ci mostra il gioco della natura e delle forze, ossia la volontà di vivere. Egli si chiede perché la facciata di una cattedrale ci incanta mentre un semplice muro non suscita in noi interesse alcuno. È perché la volontà di vivere della materia, risponde, si esprime nella pesantezza e nella resistenza. Un muro non mette in evidenza il gioco di queste forze, perché ogni sua particella resiste e pesa al tempo stesso, mentre la facciata della cattedrale mostra le forze in azione, in quanto le colonne resistono al peso dei capitelli. È qui chiara la lotta tra la pesantezza e la resistenza della materia».




Gombrowicz si sente molto vicino al filosofo tedesco: afferma che per lui è un mistero che libri interessanti come quelli di Schopenhauer e i suoi non trovino lettori; ma anche che un genio non può aver successo, perché anticipa i tempi, ed è dunque incomprensibile e non serve a nessuno, e così Schopenhauer e lui si consolano.


svolto da nicce alle ore 14:10

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venerdì, 04 settembre 2009

cultura mutante (II)


«Come diceva Nietzsche, il destino è il termine con cui i vigliacchi descrivono ciò che non hanno la forza di cambiare», grida Charles Xavier mentre sta affrontando Sinistro sul piano astrale - come da splendida immagine qui sotto - in X-Men Legacy 215 dell'ottobre 2008 (in Gli Incredibili X-Men 228 del giugno 2009).

xavier vs sinistro

E nel numero precedente (X-Men Legacy 214 del settembre 2008, in Gli incredibili X-Men 227 del maggio 2009), citando Little Gidding - ultimo dei Quattro quartetti - di T.S. Eliot, afferma: «Non dobbiamo desistere dal viaggiare. E la fine di tutti i nostri viaggi dovrà arrivare là dove avevamo iniziato e conosceremo il posto per la prima volta».
Splendido invito al viaggio.

Filosofia, poesia, ancora una volta i fumetti si dimostrano tutt'altro che letture infantili.


svolto da nicce alle ore 12:55

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domenica, 30 agosto 2009

il pericoloso vizio della lettura


piere antoine bauduin la letturaEcco com'è, signorina mia, sempre che lo vogliate sapere. In una capanna, signorina mia, nel nostro secolo industriale non ci vive nessuno.
Innanzi tutto, bellezzina mia, egregia signorina, non vi lasceranno uscire, ma vi inseguiranno e poi... sotto chiave, in convento. E allora, signorina mia? Che volete che faccia, allora? Vorrete che io, signorina mia, seguendo l'esempio di certi stupidi romanzi, venga sulla vicina collina a sciogliermi in lacrime, guardando le fredde mura della vostra prigione e che, infine, muoia seguendo la moda di certi cattivi poeti e romanzieri tedeschi? Bene: in primo luogo permettetemi di dirvi, in via amichevole, che queste cose non si fanno, e in secondo luogo che frusterei di santa ragione voi e i vostri genitori perché vi hanno permesso di leggere certi libercoli francesi; giacché i libercoli francesi non insegnano nulla di buono. C'è un veleno, là dentro, un mortifero veleno, signorina mia!

(Fedor Dostoevskij, Il sosia)


Ne approfitto per segnalarvi un gioco su ThinkTag - di cui vi avevo già parlato qui -, in questo scaffale del canale dedicato a Parlare le immagini. Si tratta di un gioco di rete sul tema dell'immaginario di scrittura, da documentare e discutere concentrando le attenzioni in particolare sulle dimensioni del maschile e del femminile associate agli atti di scrittura.

Tra le risorse finora proposte, c'è il dipinto di Pierre Antoine Baudouin che in questo post ho affiancato al testo di Dostoevskij.


svolto da nicce alle ore 14:22

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sabato, 08 agosto 2009

sono tornato a nutrirmi di gide


In questi giorni ho ripreso in mano gli scritti di André Gide, una delle mie prime passioni letterarie adolescenziali.
Ho letto Il viaggio d'Urien, un itinerario per evadere dalle noie dello studio e risvegliare l'anima alla gioia nel sentire la resistenza della realtà esterna e nel tentare di raggiungere una meta che costantemente arretra e si nasconde, un romanzo fatto di allitterazioni e frasi incoerenti, l'unica lingua che ci vuole di fronte alle cose disordinate del mondo.

Ma soprattutto ho riletto quello stupendo romanzo che è I nutrimenti terrestri. Sia l'inizio sia la conclusione (e tutto il libro, del resto) sono molto educativi, o, anzi, dis-educativi: sembra di leggere il Nietzsche della critica ai maestri, o uno dei passi di Hermann Hesse tipo questo: «Questo è il motivo per cui continuo la mia peregrinazione: non per cercare un'altra e migliore dottrina, poiché lo so, che non ve n'è alcuna, ma per abbandonare tutte le dottrine e tutti i maestri» (Siddharta). Ecco perché ha fatto tanto bene alla mia formazione.
Gide insegna il fervore, «non la saggezza, ma l'amore» - «insegna a non amare più soltanto la famiglia, e pian piano a lasciarla; rende il cuore malato d'un desiderio d'aspri frutti selvatici e ansioso di strano amore» -, insegna che non basta leggere che la sabbia delle spiagge sia dolce ma che bisogna che i piedi nudi golosi la sentano, che si ha diritto su ogni oggetto dei propri desideri, che ogni fonte rivela una sete, che bisogna fare della propria anima «
l'ostello sempre aperto al crocevia», sapersi commuovere per delle susine, voler provare tutte le forme della vita. E, dopo tutto questo, pretende anche di insegnare a lasciarlo.
Come scrive Gianni D'Elia nella sua postfazione, quello di Gide è un'apologia del nomadismo vitale e geografico, della libertà affannata e celibe alla ricerca di un'eretica e fluida autoeducazione; una strenua difesa dell'esperienza singolare, del desiderio di godere e nulla possedere, del rifiuto di essere come gli adulti, come i grandi e i disprezzati seduti; un richiamo al presente, al sentire, all'agire, alla gioia di imparare, all'amare le creature e le cose nel rispetto della loro pluralità, al riscoprire la varietà dei doni della vita e della terra.




«Certo, tutto ciò che ho incontrato col sorriso sulle labbra, ho voluto baciarlo; e il rosso sulle guance, le lacrime negli occhi, ho voluto berli; mordere nella polpa di tutti i frutti che verso di me pendevano dai rami. Ad ogni locanda mi salutava una fame; davanti ad ogni fonte mi attendeva una sete - una sete, davanti a ciascuna, particolare -; e avrei voluto altre parole per segnare le mie voglie di andare, dove si apriva una strada; di sostare, dove l'ombra invitava; di nuotare, in riva ad acque profonde; di amore o si sonno sulla sponda d'ogni letto. Ho posato arditamente la mia mano su ogni cosa e ho preteso d'aver diritti su ogni oggetto dei miei desideri».

Leggete questo libro, poi gettatelo ed uscite, perché ve ne avrà dato il desiderio.


svolto da nicce alle ore 08:53

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mercoledì, 29 luglio 2009

harry potter


maffesoli icone d'oggiDato che ho appena visto il film Harry Potter e il principe mezzosangue - così, almeno con la saga cinematografica, sto in pari - e letto le Icone d'oggi - risposta/seguito, a distanza di cinquant'anni, ai Miti d'oggi di Roland Barthes, certamente meglio riuscita dei Nuovi miti d'oggi -, ecco cosa scrive Michel Maffesoli a proposito del personaggio di J.K. Rowling.

Tra le icone del nostro tempo ce ne sono alcune che esprimono un imponente reincantamento del mondo, il ritorno della fantasia, del fantastico, della fantasticheria. Ormai la fede ingenua nel Progresso e nella sua marcia trionfale non convince più nessuno; i Lumi settecenteschi tendono ad essere soppiantati dal chiaroscuro dell'esistenza.
harry potterHarry Potter incarna la figura antica e sempre nuova del fanciullo eterno (puer aeternus), una creatura in perenne divenire che ad ogni passo affronta una nuova avventura. Così, a differenza di chi si accontenta di chiedere un'esistenza protetta e una vita a rischio zero, quel divino briccone che è il maghetto di Hogwarts viene a ricordarci che l'uomo è perennemente tormentato dalla sete di infinito, dal desiderio di un Altrove. Per lui l'avventura è un elemento essenziale della natura umana, con lui la ricerca del Graal è sempre di attualità.
I libri e i film in cui compare Harry Potter illustrano la presenza di un meraviglioso nel quale la paura è strettamente intrecciata alla fascinazione. Dove avviene l'incontro? A Hogwarts, una scuola, ma una scuola di magia. L'educazione lascia il posto a un percorso iniziatico, a un continuo rimettersi in cammino nel quale le prove e le insidie non possono mai dirsi completamente superate. harry potterHarry Potter è il simbolo delle giovani generazioni che, nella loro straordinaria voglia di vivere, non danno più ascolto a nessuno. Sanno bene, di un sapere incorporato e non teorico, di una conoscenza fatta di esperienze, sanno bene che la vita non somiglia a un fiume calmo: vi sono vortici, gorghi e altro ancora. Tutte cose che bisogna sapere affrontare con eleganza, con disinvoltura e anche con insolenza. Ed è quello che fa Harry, eterno apprendista stregone, adolescente che mette in crisi la sclerosi delle istituzioni invocando la forza del sogno. In questo senso egli è in accordo col giovanilismo imperante che prende alla lettera la formula di Nietzsche: «Diventa quello che sei senza mai cessare di essere un apprendista».
Lo sfregio che segna la fronte di Harry è lo stesso che ritroviamo nei tatuaggi, nei piercing e negli altri segni visibili sempre più di moda nelle nostre società. Esso ricorda che la parte oscura dell'animale umano è tutt'altro che superata e che bisogna saperci convivere per raggiungere una forma di interezza.


svolto da nicce alle ore 12:47

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venerdì, 24 luglio 2009

per il resto perfettamente normale


Ma chi di noi può sperare di frugare col dito inquisitivo tra i bui pensieri che volteggiano nella testa di un folle?
Ecco un tale che è convinto di avere un sedere di vetro e ha paura di sedersi, per non rompersi. Sotto altri aspetti può essere una persona di notevole vigore intellettuale, disposta ad accompagnarci in lunghe escursioni mentali attraverso i labirinti della matematica o della filosofia, purché gli si permetta di rimanere in piedi durante i dibattiti.
Eccone un altro perfettissimamente educato e di vita esemplare, tranne il fatto che, per nessun motivo al mondo, svolterebbe in una direzione che non sia la destra.
Altri hanno la mania dei colori e attribuiscono un valore ingiustificato a degli oggetti rossi o verdi o bianchi.
I numeri, tuttavia, sono i responsabili di una buona percentuale di squilibrati. Ci sono uomini che passano la giornata a vagare per strada, in cerca di automobili il cui numero di targa sia divisibile per sette [o di automobili blu il cui numero di targa sia palindromo, oppure che cercano/si imbattono continuamente in ricorrenze del numero 23, perfino nel voto che devono prendere agli orali dell'esame di Stato].
Fin troppo noto, ahimé, è il caso di quel povero tedesco innamorato del tre, il quale riduceva ogni aspetto della sua vita a una questione di triadi. Una sera tornò a casa, bevette tre tazze di té con tre zollette di zucchero per tazza, si tagliò la giugulare tre volte con un rasoio e con mano morente scarabocchiò sulla fotografia di sua moglie addio, addio, addio.


(Flann O'Brien, Una pinta d'inchiostro irlandese)


L'ultima allusione, mi pare evidente, è a Hegel, quel filosofo che - secondo Kierkegaard - se avesse anteposto a tutta la sua opera la frase "tutto questo è uno scherzo" sarebbe stato il più geniale pensatore di sempre, quel filosofo che a parte la sua fissazione per il numero tre per il resto era perfettamente normale.


svolto da nicce alle ore 09:03

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martedì, 10 marzo 2009

così scalò la nothomb


Nei suoi testi Amélie Nothomb dimostra sempre una certa capacità di intrecciare la sua trama narrativa con qualche buona riflessione filosofica. Nel caso di Né di Eva né di Adamo tocca al Nietzsche di Così parlò Zarathustra essere chiamato esplicitamente in causa: è, infatti, con autentico spirito nietzschiano – dionisiaco, libero e fanciullesco, fatto di aspirazione all’altezza e leggerezza, di coraggioso e orgoglioso sguardo dritto al sole, di leonina forza di volontà – che Amélie affronta la scalata del Monte Fuji.

amélie nothomb né di eva né di adamo«Oltre i millecinquecento metri, scompaio. Il mio corpo si trasforma in pura energia, il tempo di chiedersi dove sono finita e le mie gambe mi hanno già trasportato così lontano da farmi diventare invisibile. Altri hanno questa proprietà, ma non conosco nessuno per cui sia una qualità tanto insospettabile, visto che né da vicino né da lontano somiglio a Zarathustra.

Eppure, è proprio quello che divento. Una forza sovrumana si impadronisce di me e ascendo in linea retta verso il sole. La mia testa risuona di inni non olimpici, ma olimpiani. Ercole sembra un mio cuginetto emaciato. Per parlare solo del ramo greco della famiglia.

Se sei Zarathustra, hai piedi divini che mangiano la montagna trasformandola in cielo e, contemporaneamente, al posto delle ginocchia hai catapulte con il resto del corpo come proiettile. Al posto del ventre hai un tamburo di guerra e al posto del cuore la percussione del trionfo, hai la testa abitata da una gioia tanto terrificante che necessita di una forza sovrumana per sopportarla, possiedi tutti i poteri del mondo per l’unico motivo che li hai avocati a te e puoi contenerli nel tuo sangue, e non tocchi più terra causa il dialogo ravvicinato col sole».

 

«Le mie gambe sono così grandi, mangeranno le cime, voi non avete idea del loro appetito.

Corro lungo la linea della vetta. Per sei ore di sole e di cielo blu, avrò il monte Fuji solo per me. Queste sei ore non basteranno a contenere la mia estasi. L’esaltazione mi serve da combustibile: non ce n’è di migliore. Zarathustra non ha mai corso così veloce e così in preda all’ebbrezza. Do del tu a Fuji, danzo sulla cresta. È un momento sublime.

Converto in marcia la mia gioia».

 

hokusai ragazzo che guarda il monte fuji

Hokusai, Ragazzo che guarda il Monte Fuji.


svolto da nicce alle ore 22:38

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venerdì, 02 gennaio 2009

divario tecnologico generazionale


- Va a sedersi davanti al computer. Fissa quel cazzo di coso tutto il giorno -. Gardner ponderò qualcosa. [...]
- È un mondo totalmente diverso, - mormorò Huntington. - Hanno sviluppato tutta una serie di capacità nuove che li separano da noi.
- Sanno maneggiare le informazioni visive -. Gardner si strinse nelle spalle. - Sai che roba, cazzo. Per quanto mi riguarda, sono stronzate.
- Non hanno idea di come contestualizzare le cose, - mormorò di nuovo Huntington, allontanandosi, mentre faceva un altro tiro da una nuova canna. Ne avevamo ancora due da passarci ed eravamo già fusi.
- Sono drogati di frammenti.
- Ma tecnologicamente sono più avanti di noi -. Questo lo disse Mitchell, ma dal tono piatto e distaccato non riuscii a capire se stesse contraddicendo Mark.
- La chiamano tecnologia disgregativa.
A un tratto sentii Victor abbaiare nel nostro giardino.
- Mimi non vuole più che Hanson giochi a Doom.

(Bret Easton Ellis, Lunar Park)


Un dialogo tra padri sui propri figli, sull'ansia e sulla paura che il divario tecnologico tra due generazioni provoca: solo la conoscenza - non la chiusura, la condanna e la censura - può aiutare in questa situazione.


svolto da nicce alle ore 09:06

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venerdì, 26 dicembre 2008

reale: razionale o assurdo?


Il reale è razionale, come voleva Hegel, oppure, come sosteneva Schopenhauer, è la manifestazione di una cieca e assurda volontà?
Vediamo se ad aiutarci a scegliere possono essere le lamentele di Ermete, costruttore di tutto ciò che esiste su incarico di Lui.

Guardate per esempio, una delle sue scatole di montaggio. - Mostrò una scatolina piena di pezzi microscopici, e viti grandi come una capocchia di spillo.
- Ora vi leggo le istruzioni su come si costruisce un diplopode (il nome è già un programma!): diplopodi o millepiedi: corpo distinto in capo e tronco, quest'ultimo diviso in torace e addome: torace di quattro segmenti, 1 privo di zampe, 2-4 con un paio di zampe. E già a montare questo uno si rovina la vista. Ma non è finita: addome di doppi segmenti diplosomiti in  numero compreso fra nove e oltre cento, ravvicinati, ciascuno con due paia di zampe. Capito?: "da nove a oltre cento", come se fosse la stessa cosa! Qua basta perdere una zampina, una sola, e l'assetto va a farsi benedire, non mi tiene più la strada, è un disastro. E credete che siano segnate le zampe destre e le sinistre? Macché, uno deve controllarle una per una. Ma udite, udite: orifizio genitale medioventrale nel terzo segmento: e se sbaglio segmento, cosa succede, resta vergine? E poi: respirazione mediante trachee, roba da ridere, infilargliele una a una in bocca!
E poi questa è la Classe, ma ci sono da fare anche gli Ordini: non basta un modello unico di diplopode, c'è il coupé, la berlina, la spider. Glomeridesmida, Oniscomorpha, Polydesmida, Chirdesmida, Juliformia e Colobognatha. Guardi il polydesmida, poveraccio: tronco di 19-22 segmenti, ghiandole repugnatorie presenti, occhi assenti. Cieco e con cinquanta zampe, come farà a non inciampare? Ma a cosa servono tutti questi piedi, guardi qua questo protoragno, già con otto è incasinato, si figuri con mille. Questo è sadismo, o no? Perché creare un millepiedi, per farlo finire nelle barzellette? Ma io non posso discutere, sono solo un operaio, e dai che attacco le zampe e dai che monto ghiandole repugnatorie e dai che non devo confondermi tra segmento anale e capo globulare, se no oltretutto gli danno anche della faccia da culo. Come può una mente superiore pensare in modo così perverso? [...] Qua non c'è pianificazione, non c'è marketing - disse Ermete sconsolato - verrà fuori un gran casino.


(Stefano Benni, Elianto)

diplopodi


svolto da nicce alle ore 12:30

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domenica, 26 ottobre 2008

gandalf vs saruman


Il contrasto tra la suggestione narcisistica e l’esemplarità buona è quello – nel romanzo di Tolkien – tra Saruman e Gandalf. La voce idealizzata di Saruman era un’illusione, ma con tutta la potenza dell’illusione:
«Per alcuni l’incantesimo durava solo finché la voce si rivolgeva a loro personalmente, e quando parlava a qualcun altro essi sorridevano come chi ha indovinato il trucco di un prestigiatore, mentre gli altri sono ancora sbalorditi. A molti bastava udirne il suono per esserne avvinti; vi erano infine i succubi, coloro che rimanevano vittime dell’incantesimo e che ovunque fossero udivano la dolce voce bisbigliare istigandoli».
Pensa, invece, a Gandalf, “capo” senza attributi vistosi, senza pompe né misteri né sceneggiate né minacce né vanità né esibizionismi né uffici prestabiliti né liturgie sacre.
Il re Aragorn Elessar lo sa bene e, alla fine della guerra, si fa incoronare da Gandalf dicendo:
«Lui è stato il fautore di tutto ciò che è stato compiuto e questa vittoria è sua».
gandalf e il balrogIl potere di Gandalf è il dire la verità e – a partire dalle massime universali fino ad arrivare ai consigli pratici e necessari occasione per occasione – il permettere che gli altri abbiano intorno a sé l’ambiente idoneo per pensarla in proprio. Alla fine delle singole storie dei membri della Compagnia, nessuno dipende da Gandalf o cerca di imitare Gandalf: gli hobbit rimangono hobbit, ma più felicemente e pienamente hobbit; gli uomini rimangono uomini ma più pienamente uomini; chi doveva portare l’Anello riesce a portarlo; chi doveva diventare re lo diventa; chi voleva sposarsi si sposa; chi voleva vivere e non morire vive.     
E Gandalf parte dai Rifugi Oscuri senza portare via niente dalla Terra di Mezzo: il suo “potere”, veramente efficace, non è, alla fine, nel far dipendere gli altri da sé, ma nel contribuire a farli vivere non dipendenti da nessuno e sempre più amici tra loro.

(da Franco Manni, Lettera ad un Amico della Terra di Mezzo)


Se abbiamo parlato di un socratico Gandalf, possiamo allora parlare anche di un sofistico Saruman.


svolto da nicce alle ore 14:46

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sabato, 11 ottobre 2008

giustizia vs diritto


Nel gennaio 1943, in uno scompartimento di prima classe del treno proveniente da Roma, viaggiavano sei persone, comodamente sprofondate nei cuscini rossi. Nel lungo corridoio brancolavano fra le tenebre dell'oscuramento delle forme umane, mal rassegnate a passare tutta la notte in piedi: di quando in quando, taluna di esse apriva la porta e chiedeva ai viaggiatori che concedessero di alternarsi nel riposo, o almeno si stringessero un poco per creare il cosiddetto quarto posto; scene ormai consuete che riproducevano in aspri battibecchi l'eterno conflitto fra giustizia e diritto. Nello scompartimento di cui parliamo la tutela del diritto era stata assunta da un signore elegante e corpulento che rientrava dalla capitale dopo aver fatto valere la sua influenza presso i ministeri in favore di una società di armamento: con la parola pronta e vivace egli finiva con l'imporsi ai disturbatori, e gli altri compagni di viaggio, se anche in cuor loro sentivano che le pretese degli sfortunati non erano del tutto ingiuste, si mostravano felici di aver trovato il modo, per l'abilità del difensore, di salvare i posti, mantenendo tranquilla la loro coscienza.

(Salvatore Satta, De profundis)

Perché gli italiani avevano accettato, e nella stragrande maggioranza sostenuto, il fascismo? Secondo Salvatore Satta, l'uomo tradizionale, il medio cittadine di stampo ottocentesco, attaccato alla libertà soltanto come garanzia del privilegio, aveva subito ceduto questa libertà al fascismo, impaurito dagli squarci  che si erano aperti nel vecchio ordine; aveva accettato la servitù per non morire, preso dal panico si era buttato a sognare l'impossibile restaurarsi di un nuovo ordine che ancora una volta lo tranquillizzasse.


svolto da nicce alle ore 09:51

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