domenica, 25 ottobre 2009

l'anima brucia più di quanto illumini


cena de le ceneri bruno latellaIo, immagine di Dio! Io che mi credevo vicinissimo allo specchio dell'eterna verità, io, superiore a un cherubino, io che osai godere, pieno di presentimenti, una vita divina. Io, che il tuono di una parola mi ha cacciato.
Ho studiato, a fondo e con ardente zelo, filosofia e medicina, e purtroppo, anche teologia. Eccomi qua, povero pazzo, e ne so quanto prima.
Vengo chiamato Maestro, anzi dottore e già da anni meno per il naso, in su e in giù, i miei scolari. E scopro che non possiamo sapere nulla.
cena de le ceneri bruno latellaCiò mi brucia quasi il cuore. Ne so, è vero, un po' più di tutti quegli sciocchi, dottori, maestri, scribi e preti; non mi tormentano né scrupoli né dubbi, né ho paura del diavolo o dell'inferno. Però mi è stata tolta in cambio di ciò ogni gioia; non mi metto in capo di sapere qualcosa di buono, non mi illudo di poter insegnare qualcosa, di saper rendere migliori o convertire gli uomini. Mi sono dato pertanto alla magia naturale, se mai il potere o la parola dello Spirito mi rivelassero qualche segreto. Per non dover dire, dopo così amare, sudate fatiche, quello che non so, per poter scoprire ciò che, nel profondo, tiene insieme l'universo e contemplare ogni attiva energia ed ogni primitiva sostanza e smetterla di rovistare tra le parole.
Ma no... non mi è lecito osare di rassomigliare a te. Ho avuto la forza di attirarti, ed in quel momento beato mi sentii così piccolo e così grande. Ma tu mi ricacciasti crudelmente dentro l'incerto destino degli uomini. Ed ecco, ora mi si dissecca il corpo e mi s'umetta il cervello; mi nascono i tofi e mi cascano gli denti, mi s'inora la carne e mi s'inargenta il crine; mi si distendono le palpebre e mi si contrae la vista, mi s'indebolisce il fiato e mi si rinforza la tosse; mi si fa fermo il sedere e trepido il camminare, mi trema il polso e mi si saldano le coste; mi si assottigliano gli articoli e mi s'ingrossano le giunture, mi s'indurano gli talloni e mi s'ammolla il contrappeso; l'orticello della cornamusa mi s'allunga, et il bordon s'accorta.

(dal libretto teatrale de La cena de le ceneri di Bruno, adattamento di Federico Bellini e regia di Antonio Latella)

cena de le ceneri bruno latella

Afterhours, Dentro Marilyn
... l'anima brucia più di quanto illumini...


svolto da nicce alle ore 08:41

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sabato, 17 ottobre 2009

harry potter, dr. house e sartre


harry potter cappello parlanteÈ come Harry Potter: il cappello parlante ha rivelato la sua natura da serpeverde, ma lui si è fatto il proprio destino scegliendo di andare nel grifondoro.
Parafraso così le parole che uno dei personaggi di
Dr. House - serie di per sé profondamente filosofica - ha pronunciato nell'episodio andato in onda l'altra sera.

Io, a questo punto, ci aggiungo Sartre e il suo concetto di circuito dell'ipseità, per cui non è tanto importante cosa gli altri hanno fatto di noi, ma cosa noi facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi.
Per Sartre è la malafede l'atteggiamento in base al quale ci si nasconde dietro i determinismi, si sostiene di non decidere, di essere trasportati dal proprio passato o dal destino, più che agire vuole si credere di essere agiti. Questa presunta passività, questo “volo a vela”, questa “costituzione passiva”, è semplice auto-inganno: in realtà è necessario che la coscienza dia esistenza alla propria costituzione, che la attualizzi. I soggetti non sono mai oggetti del proprio destino, è necessario che il destino venga attuato.
Per Sartre la passività viene interiorizzata e poi riesteriorizzata in un processo dialettico continuo, i condizionamenti vengono assunti (affermati o negati) e superati in una proposta successiva. Si tratta di due fasi di uno stesso movimento assolutamente libero (l’uomo è condannato alla libertà): il primo è il processo di interiorizzazione dell’esterno, il secondo è l’esteriorizzazione dell’interno. Questo piccolo movimento fa di un essere condizionato un uomo.
È necessario che questo circuito dell’ipseità sia un’azione autentica, un’accettazione della propria libertà, e non la scelta in malafede di non superare la fatticità e bloccare il proprio essere in una recita.


svolto da nicce alle ore 15:48

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lunedì, 14 settembre 2009

il pianeta dove le cose scompaiono


Molti anni fa, su un pianeta molto distante dal nostro, accadde una cosa veramente strana. All’inizio era tutto normale. Gli abitanti di quel pianeta erano molto affaccendati e ogni cosa funzionava a dovere. Sennonché un giorno…

La signora Bum doveva partire per un viaggio d’affari, ma non riusciva a trovare il suo borsellino. Il signor Bam voleva fare le pulizie ma non riusciva a trovare la scopa. Nel giro di poche ore si scoprì che su quel pianeta tutti avevano perso qualcosa.

Il signor Bam propose una spiegazione: «Forse stiamo cercando nei posti sbagliati», disse. Tutti si misero a cercare meglio, ma le cose scomparse non saltarono fuori. E quel che è peggio, nel frattempo ne erano scomparse molte altre.

Il signor Bam propose un’altra spiegazione. «Forse le cose scompaiono quando smettiamo di guardarle. Tenete d’occhio le vostre cose se non volete che scompaiano!»

Per fortuna, un bel giorno sul pianeta tornò improvvisamente la normalità. Le cose smisero di scomparire.

Soltanto, il signor Bam continuava a proporre le sue teorie. «Chissà, forse le nostre cose scompaiono ancora quando non le guardiamo ma ricompaiono quando le guardiamo di nuovo». Così ogni tanto si girava di scatto per cercare di cogliere le cose di sorpresa e vedere se erano ancora lì dove le aveva lasciate…

E se fosse davvero così? come facciamo ad essere sicuri che le cose non scompaiono quando non le guardiamo? Se l’unico modo che abbiamo di saperlo è di guardare, siamo proprio in un bel pasticcio! Per fortuna l’importante è che le cose siano lì quando le guardiamo.


(da Roberto Casati, Achille Varzi, Il pianeta dove scomparivano le cose)


svolto da nicce alle ore 15:13

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materie: libri, filosofia




venerdì, 11 settembre 2009

philosopher's drinking song




Immanuel Kant was a real piss-ant who was very rarely stable.

Heideggar, Heideggar was a boozy beggar who could think you under the table.
David Hume could out-consume Wilhelm Freidrich Hegel.
And Whittgenstein was a beery swine who was just as sloshed as Schlegel.
There's nothing Nieizsche couldn't teach 'ya 'bout the raising of the wrist.
Socrates, himself, was permanently pissed.
John Stewart Mill, of his own free will, after half a pint of shanty was particularly ill.
Plato, they say, could stick it away, half a crate of whiskey every day!
Aristotle, Aristotle was a bugger for the bottle,
And Hobbes was fond of his Dram.
And Rene Descartes was a drunken fart:
"I drink, therefore I am."
Yes, Socrates himself is particularly missed;
A lovely little thinker, but a bugger when he's pissed.


svolto da nicce alle ore 07:46

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materie: musica, filosofia, video, comico




lunedì, 07 settembre 2009

deviseificazione


witkiewicz«E adesso forza, facce, fatevi avanti! No, non vi dico addio, estranee sconosciute facciate dei tizi estranei e sconosciuti che mi leggeranno, anzi, vi do il benvenuto. Salve graziose ghirlande di parti del corpo, tutto comincia adesso: fatevi avanti, venite a me, rimpastatemi pure, fabbricatemi una faccia nuova, perché debba di nuovo fuggirvi e rifugiarmi in altre persone e correre correre correre attraverso tutta l'umanità».
(Witold Gombrowicz, Ferdydurke)

Il protagonista del romanzo di Gombrowicz accetta il tentativo di sfuggire al viso, sembrando in ciò seguire il suggerimento filosofico di Deleuze e Guattari sulla "deviseificazione": «essa libera per così dire teste cercanti che disfano gli strati al loro passaggio, forano i muri di significanza e balzano fuori dai buchi di soggettività, abbattono gli alberi per fare posto a veri e propri rizomi, e guidano i flussi verso linee di deterritorializzazione positiva o di fuga creatrice» (Gilles Deleuze, Félix Guattari, Millepiani).

witkiewiczE Stanislaw Ignacy Witkiewicz (aka Witkacy) - pittore, commediografo, filosofo, critico letterario, romanziere e amico di Gombrowicz - sembra mettere in pratica, con La Ditta dei ritratti,  proprio l'idea che
la personalità sia al limite afferrabile solo in molteplici sequenze, in molti ruoli-maschere, eseguendo infatti una serie di ritratti di uno stesso soggetto e in una varietà di stili - da quelli più “rileccati”, vicini al kitsch, fino a un groviglio di linee quasi astratto, e alcuni realizzati con l’ausilio di narcotici di qualità superiore (alcol, cocaina, caffeina, etere, tè, mescalina) e dal prezzo inestimabile.
Così, nell’anarchia totale di un disegno ribelle che, pur senza rifiutare il ritratto, gli dimostra ostentatamente la sua disistima, nel moltiplicarsi all’infinito della forma che confonde l’immagine e fa aumentare la tensione, il disegno raggiunge il limite oltre cui appare il “mistero”.

witkiewicz


svolto da nicce alle ore 10:38

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domenica, 06 settembre 2009

corso di filosofia in sei ore e un quarto (II)


Non bisogna soccombere alle teorie, ma sapere che i sistemi hanno vita brevissima e non lasciarsi sopraffare da essi, spiega Witold Gombrowicz nella parte su l'esistenzialismo della sesta - e ultima - lezione del suo Corso di filosofia in sei ore e un quarto.
«L'esistenza è fatta di nulla e non può essere scoperta se non dall'esistenza del nulla. (Esempio, Stavrogin, ne I Demoni di Dostoevskij, nella scena del duello [tutto torna, ma io ancora non sono arrivato a leggere quel punto...]). Io dico: l'uomo non deve lasciarsi ingannare dalla propria forma. Deve cercare di andar oltre, e affermare che l'uomo sfugge a ogni definizione, a ogni teoria, a tutto. La relazione dell'uomo con il suo pensiero più profondo è caratterizzata dall'immaturità. È come uno studente che si sforzi di dire cose importanti con uno scopo futile, per superare un altro, ad esempio, per mostrarsi più sapiente di lui».

heideggerPer questo Gombrowicz si interessa dell'esistenzialismo - del quale, anzi, può essere considerato un anticipatore letterario - e apprezza soprattutto il pensiero di Heidegger che, chiedendosi perché esiste qualcosa e non il nulla, pone prima il nulla e poi, in secondo luogo, come sua contraddizione, l'essere, conducendo a esperire l'esistenza umana come una costante opposizione al nulla, «una fiamma che incessantemente richiede di esser ravvivata, alimentata».
Per Heidegger l'esistenza umana non è del tutto assicurata, ma esige continue conquiste, preoccupazioni, cura (Sorge), e l'uomo non è mai laddove è ma sempre trascendente, il suo tempo è il futuro e sua caratteristica autentica l'essere-per-la-morte (Sein-zum-Tode).


svolto da nicce alle ore 13:20

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sabato, 05 settembre 2009

corso di filosofia in sei ore e un quarto


«Non si tratta di chiedersi se bisogna o non bisogna fare della filosofia. Facciamo della filosofia, perché non è possibile sottrarsi. È fatale. La nostra coscienza si pone dei problemi. Bisogna tentare di risolverli. Alla filosofia non è possibile sottrarsi».
Così afferma Witold Gombrowicz alla fine della prima lezione del suo Corso di filosofia in sei ore e un quarto - che ho comprato l'altro giorno.

Uno dei filosofi trattati dall'autore polacco è Schopenhauer, di cui si apprezza la teoria sull'arte: «L'arte, secondo Schopenhauer, ci mostra il gioco della natura e delle forze, ossia la volontà di vivere. Egli si chiede perché la facciata di una cattedrale ci incanta mentre un semplice muro non suscita in noi interesse alcuno. È perché la volontà di vivere della materia, risponde, si esprime nella pesantezza e nella resistenza. Un muro non mette in evidenza il gioco di queste forze, perché ogni sua particella resiste e pesa al tempo stesso, mentre la facciata della cattedrale mostra le forze in azione, in quanto le colonne resistono al peso dei capitelli. È qui chiara la lotta tra la pesantezza e la resistenza della materia».




Gombrowicz si sente molto vicino al filosofo tedesco: afferma che per lui è un mistero che libri interessanti come quelli di Schopenhauer e i suoi non trovino lettori; ma anche che un genio non può aver successo, perché anticipa i tempi, ed è dunque incomprensibile e non serve a nessuno, e così Schopenhauer e lui si consolano.


svolto da nicce alle ore 14:10

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venerdì, 04 settembre 2009

cultura mutante (II)


«Come diceva Nietzsche, il destino è il termine con cui i vigliacchi descrivono ciò che non hanno la forza di cambiare», grida Charles Xavier mentre sta affrontando Sinistro sul piano astrale - come da splendida immagine qui sotto - in X-Men Legacy 215 dell'ottobre 2008 (in Gli Incredibili X-Men 228 del giugno 2009).

xavier vs sinistro

E nel numero precedente (X-Men Legacy 214 del settembre 2008, in Gli incredibili X-Men 227 del maggio 2009), citando Little Gidding - ultimo dei Quattro quartetti - di T.S. Eliot, afferma: «Non dobbiamo desistere dal viaggiare. E la fine di tutti i nostri viaggi dovrà arrivare là dove avevamo iniziato e conosceremo il posto per la prima volta».
Splendido invito al viaggio.

Filosofia, poesia, ancora una volta i fumetti si dimostrano tutt'altro che letture infantili.


svolto da nicce alle ore 12:55

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materie: letteratura, fumetti, filosofia, nietzsche




lunedì, 24 agosto 2009

cultura mutante


nightcrawlerDimmi, figliolo, conosci un critico che si chiamava Walter Benjamin? Scrisse un saggio che si intitolava L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Vedi, Benjamin si preoccupava della produzione di massa... stampa, fotografia... del modo in cui influenza l'aura dell'arte. Guardare una foto della Monna Lisa su una rivista è come vedere il dipinto vero al Louvre? Copiare l'arte ne cambia l'essenza artistica?
"Quel che si atrofizza nell'epoca della riproduzione tecnica è l'aura dell'opera d'arte". E poi, più avanti "Si potrebbe dire generalizzando che la tecnica di riproduzione distacca l'oggetto riprodotto dal dominio della tradizione. Creando riproduzioni, essa sostituisce una pluralità di copie a un'esistenza unica". Argomento affascinante, no?

(da X-Men: Divided We Stand 1 del giugno 2008, in Wolverine 231 dell'aprile 2009)


Segnalato da Dreca. Visto in cosa ci si può imbattere leggendo fumetti?


svolto da nicce alle ore 13:57

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giovedì, 13 agosto 2009

oh mio dio! hanno ammazzato kenny... di nuovo


Albert Camus scrisse Il mito di Sisifo. Per Camus tutti noi, come Sisifo, siamo intenti quotidianamente a spingere una roccia fin sulla cima di una collina, per poi vederla rotolare di nuovo a valle, e sappiamo che il giorno dopo dovremo rifare la stessa cosa. Per Camus bisogna affrontare l’assurdo e accettarlo.
Anche la vita e la morte di Kenny di South Park possono essere viste come un’espressione dell’assurdo. Il compito di Kenny è morire e, per lo più, la gente ride o non lo nota, punizione assurda e priva di senso come il compito di Sisifo. L’atteggiamento indifferente verso la morte di Kenny è l’atteggiamento dell’assurdo perché riflette l’indifferenza dell’universo nei confronti della mortalità umana. Quindi, come Sisifo che spinge il masso tutti i giorni, Kenny deve affrontare il suo destino senza trovare una consolazione nelle risposte.. egli viene ucciso solo per essere resuscitato e poi di nuovo ucciso. Come Sisifo, deve spingere tutti i giorni lo stesso masso, senza una ragione confortante del perché la sua vita non abbia senso. Anche se non moriamo continuamente come Kenny, tutti noi gli assomigliamo poiché dobbiamo affrontare l’assurdità della vita.

Per Camus Sisifo è un eroe perché, cosciente della sua condizione assurda, sceglie di affrontarla e accettarla e così è più forte del suo macigno: comprende che la vita non ha alcun significato intrinseco, tuttavia continua a vivere. Camus definisce tale posizione come una rivolta poiché l’assurdo viene compreso ma non si cede alla rassegnazione. Sisifo dice “sì” al suo destino e non lo rifiuta, non si dispera né pensa di potersi sottrarre a esso, è privo di illusioni e non cerca consolazione in storielle confortanti riguardanti il significato della vita. La lotta di Sisifo gli appartiene sino in fondo e sta a lui deciderne il valore poiché non ci saranno mai risposte riguardanti lo scopo della vita. Sisifo dice “sì” al suo compito assurdo, proprio come Kenny sembra accettare la sua funzione comica: continua, come Sisifo, a dire “sì” al suo compito e dà un significato a se stesso, nonostante l’assurdità della vita.

 

(da South Park e la filosofia)

 


svolto da nicce alle ore 09:47

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sabato, 08 agosto 2009

sono tornato a nutrirmi di gide


In questi giorni ho ripreso in mano gli scritti di André Gide, una delle mie prime passioni letterarie adolescenziali.
Ho letto Il viaggio d'Urien, un itinerario per evadere dalle noie dello studio e risvegliare l'anima alla gioia nel sentire la resistenza della realtà esterna e nel tentare di raggiungere una meta che costantemente arretra e si nasconde, un romanzo fatto di allitterazioni e frasi incoerenti, l'unica lingua che ci vuole di fronte alle cose disordinate del mondo.

Ma soprattutto ho riletto quello stupendo romanzo che è I nutrimenti terrestri. Sia l'inizio sia la conclusione (e tutto il libro, del resto) sono molto educativi, o, anzi, dis-educativi: sembra di leggere il Nietzsche della critica ai maestri, o uno dei passi di Hermann Hesse tipo questo: «Questo è il motivo per cui continuo la mia peregrinazione: non per cercare un'altra e migliore dottrina, poiché lo so, che non ve n'è alcuna, ma per abbandonare tutte le dottrine e tutti i maestri» (Siddharta). Ecco perché ha fatto tanto bene alla mia formazione.
Gide insegna il fervore, «non la saggezza, ma l'amore» - «insegna a non amare più soltanto la famiglia, e pian piano a lasciarla; rende il cuore malato d'un desiderio d'aspri frutti selvatici e ansioso di strano amore» -, insegna che non basta leggere che la sabbia delle spiagge sia dolce ma che bisogna che i piedi nudi golosi la sentano, che si ha diritto su ogni oggetto dei propri desideri, che ogni fonte rivela una sete, che bisogna fare della propria anima «
l'ostello sempre aperto al crocevia», sapersi commuovere per delle susine, voler provare tutte le forme della vita. E, dopo tutto questo, pretende anche di insegnare a lasciarlo.
Come scrive Gianni D'Elia nella sua postfazione, quello di Gide è un'apologia del nomadismo vitale e geografico, della libertà affannata e celibe alla ricerca di un'eretica e fluida autoeducazione; una strenua difesa dell'esperienza singolare, del desiderio di godere e nulla possedere, del rifiuto di essere come gli adulti, come i grandi e i disprezzati seduti; un richiamo al presente, al sentire, all'agire, alla gioia di imparare, all'amare le creature e le cose nel rispetto della loro pluralità, al riscoprire la varietà dei doni della vita e della terra.




«Certo, tutto ciò che ho incontrato col sorriso sulle labbra, ho voluto baciarlo; e il rosso sulle guance, le lacrime negli occhi, ho voluto berli; mordere nella polpa di tutti i frutti che verso di me pendevano dai rami. Ad ogni locanda mi salutava una fame; davanti ad ogni fonte mi attendeva una sete - una sete, davanti a ciascuna, particolare -; e avrei voluto altre parole per segnare le mie voglie di andare, dove si apriva una strada; di sostare, dove l'ombra invitava; di nuotare, in riva ad acque profonde; di amore o si sonno sulla sponda d'ogni letto. Ho posato arditamente la mia mano su ogni cosa e ho preteso d'aver diritti su ogni oggetto dei miei desideri».

Leggete questo libro, poi gettatelo ed uscite, perché ve ne avrà dato il desiderio.


svolto da nicce alle ore 08:53

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mercoledì, 29 luglio 2009

harry potter


maffesoli icone d'oggiDato che ho appena visto il film Harry Potter e il principe mezzosangue - così, almeno con la saga cinematografica, sto in pari - e letto le Icone d'oggi - risposta/seguito, a distanza di cinquant'anni, ai Miti d'oggi di Roland Barthes, certamente meglio riuscita dei Nuovi miti d'oggi -, ecco cosa scrive Michel Maffesoli a proposito del personaggio di J.K. Rowling.

Tra le icone del nostro tempo ce ne sono alcune che esprimono un imponente reincantamento del mondo, il ritorno della fantasia, del fantastico, della fantasticheria. Ormai la fede ingenua nel Progresso e nella sua marcia trionfale non convince più nessuno; i Lumi settecenteschi tendono ad essere soppiantati dal chiaroscuro dell'esistenza.
harry potterHarry Potter incarna la figura antica e sempre nuova del fanciullo eterno (puer aeternus), una creatura in perenne divenire che ad ogni passo affronta una nuova avventura. Così, a differenza di chi si accontenta di chiedere un'esistenza protetta e una vita a rischio zero, quel divino briccone che è il maghetto di Hogwarts viene a ricordarci che l'uomo è perennemente tormentato dalla sete di infinito, dal desiderio di un Altrove. Per lui l'avventura è un elemento essenziale della natura umana, con lui la ricerca del Graal è sempre di attualità.
I libri e i film in cui compare Harry Potter illustrano la presenza di un meraviglioso nel quale la paura è strettamente intrecciata alla fascinazione. Dove avviene l'incontro? A Hogwarts, una scuola, ma una scuola di magia. L'educazione lascia il posto a un percorso iniziatico, a un continuo rimettersi in cammino nel quale le prove e le insidie non possono mai dirsi completamente superate. harry potterHarry Potter è il simbolo delle giovani generazioni che, nella loro straordinaria voglia di vivere, non danno più ascolto a nessuno. Sanno bene, di un sapere incorporato e non teorico, di una conoscenza fatta di esperienze, sanno bene che la vita non somiglia a un fiume calmo: vi sono vortici, gorghi e altro ancora. Tutte cose che bisogna sapere affrontare con eleganza, con disinvoltura e anche con insolenza. Ed è quello che fa Harry, eterno apprendista stregone, adolescente che mette in crisi la sclerosi delle istituzioni invocando la forza del sogno. In questo senso egli è in accordo col giovanilismo imperante che prende alla lettera la formula di Nietzsche: «Diventa quello che sei senza mai cessare di essere un apprendista».
Lo sfregio che segna la fronte di Harry è lo stesso che ritroviamo nei tatuaggi, nei piercing e negli altri segni visibili sempre più di moda nelle nostre società. Esso ricorda che la parte oscura dell'animale umano è tutt'altro che superata e che bisogna saperci convivere per raggiungere una forma di interezza.


svolto da nicce alle ore 12:47

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venerdì, 24 luglio 2009

per il resto perfettamente normale


Ma chi di noi può sperare di frugare col dito inquisitivo tra i bui pensieri che volteggiano nella testa di un folle?
Ecco un tale che è convinto di avere un sedere di vetro e ha paura di sedersi, per non rompersi. Sotto altri aspetti può essere una persona di notevole vigore intellettuale, disposta ad accompagnarci in lunghe escursioni mentali attraverso i labirinti della matematica o della filosofia, purché gli si permetta di rimanere in piedi durante i dibattiti.
Eccone un altro perfettissimamente educato e di vita esemplare, tranne il fatto che, per nessun motivo al mondo, svolterebbe in una direzione che non sia la destra.
Altri hanno la mania dei colori e attribuiscono un valore ingiustificato a degli oggetti rossi o verdi o bianchi.
I numeri, tuttavia, sono i responsabili di una buona percentuale di squilibrati. Ci sono uomini che passano la giornata a vagare per strada, in cerca di automobili il cui numero di targa sia divisibile per sette [o di automobili blu il cui numero di targa sia palindromo, oppure che cercano/si imbattono continuamente in ricorrenze del numero 23, perfino nel voto che devono prendere agli orali dell'esame di Stato].
Fin troppo noto, ahimé, è il caso di quel povero tedesco innamorato del tre, il quale riduceva ogni aspetto della sua vita a una questione di triadi. Una sera tornò a casa, bevette tre tazze di té con tre zollette di zucchero per tazza, si tagliò la giugulare tre volte con un rasoio e con mano morente scarabocchiò sulla fotografia di sua moglie addio, addio, addio.


(Flann O'Brien, Una pinta d'inchiostro irlandese)


L'ultima allusione, mi pare evidente, è a Hegel, quel filosofo che - secondo Kierkegaard - se avesse anteposto a tutta la sua opera la frase "tutto questo è uno scherzo" sarebbe stato il più geniale pensatore di sempre, quel filosofo che a parte la sua fissazione per il numero tre per il resto era perfettamente normale.


svolto da nicce alle ore 09:03

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martedì, 21 luglio 2009

esami finiti


jiraya narutoIeri sono finiti anche per me gli esami di Stato. Questa mia prima esperienza ha richiesto un notevole impegno fisico, intellettivo e affettivo.

Come mi hanno ricordato i miei studenti del quinto di quest'anno - che, per inciso, sono stati tutti promossi - «un maestro dovrebbe sempre essere all'altezza degli ideali del proprio allievo» (Naruto, vol. 42, cap. 382) afferma Jiraya poco prima di morire.

Non posso che rispondere con Nietzsche.
«L'educatore - non già l'insegnante di liceo e i dotti dell'università... C'è bisogno di educatori che siano essi stessi educati, spiriti superiori, aristocratici, comprovati a ogni istante, comprovati dalla parola e dal silenzio, culture divenute mature, dolci - non dei tangheri addottrinati che il liceo e l'università offrono oggi alla gioventù come fossero "balie di grado superiore"».
(Crepuscolo degli idoli)

Qualsiasi cosa scegliate di fare, imparate a farla col martello, o, se preferite, con una katana.

postate alle 8:23


svolto da nicce alle ore 08:30

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martedì, 10 marzo 2009

così scalò la nothomb


Nei suoi testi Amélie Nothomb dimostra sempre una certa capacità di intrecciare la sua trama narrativa con qualche buona riflessione filosofica. Nel caso di Né di Eva né di Adamo tocca al Nietzsche di Così parlò Zarathustra essere chiamato esplicitamente in causa: è, infatti, con autentico spirito nietzschiano – dionisiaco, libero e fanciullesco, fatto di aspirazione all’altezza e leggerezza, di coraggioso e orgoglioso sguardo dritto al sole, di leonina forza di volontà – che Amélie affronta la scalata del Monte Fuji.

amélie nothomb né di eva né di adamo«Oltre i millecinquecento metri, scompaio. Il mio corpo si trasforma in pura energia, il tempo di chiedersi dove sono finita e le mie gambe mi hanno già trasportato così lontano da farmi diventare invisibile. Altri hanno questa proprietà, ma non conosco nessuno per cui sia una qualità tanto insospettabile, visto che né da vicino né da lontano somiglio a Zarathustra.

Eppure, è proprio quello che divento. Una forza sovrumana si impadronisce di me e ascendo in linea retta verso il sole. La mia testa risuona di inni non olimpici, ma olimpiani. Ercole sembra un mio cuginetto emaciato. Per parlare solo del ramo greco della famiglia.

Se sei Zarathustra, hai piedi divini che mangiano la montagna trasformandola in cielo e, contemporaneamente, al posto delle ginocchia hai catapulte con il resto del corpo come proiettile. Al posto del ventre hai un tamburo di guerra e al posto del cuore la percussione del trionfo, hai la testa abitata da una gioia tanto terrificante che necessita di una forza sovrumana per sopportarla, possiedi tutti i poteri del mondo per l’unico motivo che li hai avocati a te e puoi contenerli nel tuo sangue, e non tocchi più terra causa il dialogo ravvicinato col sole».

 

«Le mie gambe sono così grandi, mangeranno le cime, voi non avete idea del loro appetito.

Corro lungo la linea della vetta. Per sei ore di sole e di cielo blu, avrò il monte Fuji solo per me. Queste sei ore non basteranno a contenere la mia estasi. L’esaltazione mi serve da combustibile: non ce n’è di migliore. Zarathustra non ha mai corso così veloce e così in preda all’ebbrezza. Do del tu a Fuji, danzo sulla cresta. È un momento sublime.

Converto in marcia la mia gioia».

 

hokusai ragazzo che guarda il monte fuji

Hokusai, Ragazzo che guarda il Monte Fuji.


svolto da nicce alle ore 22:38

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