Dato che ho appena visto il film Harry Potter e il principe mezzosangue - così, almeno con la saga cinematografica, sto in pari - e letto le Icone d'oggi - risposta/seguito, a distanza di cinquant'anni, ai Miti d'oggi di Roland Barthes, certamente meglio riuscita dei Nuovi miti d'oggi -, ecco cosa scrive Michel Maffesoli a proposito del personaggio di J.K. Rowling.
Tra le icone del nostro tempo ce ne sono alcune che esprimono un imponente reincantamento del mondo, il ritorno della fantasia, del fantastico, della fantasticheria. Ormai la fede ingenua nel Progresso e nella sua marcia trionfale non convince più nessuno; i Lumi settecenteschi tendono ad essere soppiantati dal chiaroscuro dell'esistenza. Harry Potter incarna la figura antica e sempre nuova del fanciullo eterno (puer aeternus), una creatura in perenne divenire che ad ogni passo affronta una nuova avventura. Così, a differenza di chi si accontenta di chiedere un'esistenza protetta e una vita a rischio zero, quel divino briccone che è il maghetto di Hogwarts viene a ricordarci che l'uomo è perennemente tormentato dalla sete di infinito, dal desiderio di un Altrove. Per lui l'avventura è un elemento essenziale della natura umana, con lui la ricerca del Graal è sempre di attualità.
I libri e i film in cui compare Harry Potter illustrano la presenza di un meraviglioso nel quale la paura è strettamente intrecciata alla fascinazione. Dove avviene l'incontro? A Hogwarts, una scuola, ma una scuola di magia. L'educazione lascia il posto a un percorso iniziatico, a un continuo rimettersi in cammino nel quale le prove e le insidie non possono mai dirsi completamente superate. Harry Potter è il simbolo delle giovani generazioni che, nella loro straordinaria voglia di vivere, non danno più ascolto a nessuno. Sanno bene, di un sapere incorporato e non teorico, di una conoscenza fatta di esperienze, sanno bene che la vita non somiglia a un fiume calmo: vi sono vortici, gorghi e altro ancora. Tutte cose che bisogna sapere affrontare con eleganza, con disinvoltura e anche con insolenza. Ed è quello che fa Harry, eterno apprendista stregone, adolescente che mette in crisi la sclerosi delle istituzioni invocando la forza del sogno. In questo senso egli è in accordo col giovanilismo imperante che prende alla lettera la formula di Nietzsche: «Diventa quello che sei senza mai cessare di essere un apprendista».
Lo sfregio che segna la fronte di Harry è lo stesso che ritroviamo nei tatuaggi, nei piercing e negli altri segni visibili sempre più di moda nelle nostre società. Esso ricorda che la parte oscura dell'animale umano è tutt'altro che superata e che bisogna saperci convivere per raggiungere una forma di interezza.
Gli stregoni del film Rosemary’s Baby di Polanskiconcordano sicuramente con San Tommaso sul fatto che esistano fenomeni che sfuggono alla nostra razionalità, e che debbano esserci altre scienze in grado di spiegare ciò che il pensiero razionale di per sé non spiega.
Ovvero: dinnanzi a un simile ammasso di fatti accumulati non finisce per diventare irrazionale l’insistenza sulla “spiegabilità attraverso coincidenze”? insomma, qual è il limite razionale delle spiegazioni “razionali” proposte?
Il dibattito medievale sul rapporto tra fede e ragione vede contrapporsi posizioni tra le più diverse: dall'idea che la potenza divina sconvolge i sillogismi dei dialettici che Pier Damiani espone nel suo Sull’onnipotenza divina, a quella che è necessario capire per credere sostenuta da Abelardo nel Dialogo fra un filosofo, un giudeo e un cristiano, fino ad arrivare a quella che è la crisi della scolastica medievale, l'idea che non si può avere alcuna scienza teologica come afferma Guglielmo d’Ockham nelle sue Esposizione sugli VIII libri della Fisica.
La sequenza finale del film Blow-up di Michelangelo Antonioni svolge con estrema chiarezza, attraverso le sole immagini e senz’alcuna parola, il tema della percezione del reale e dei dubbi che lo sfuggente confine tra il reale e l’immaginario inevitabilmente fanno emergere. La soluzione finale del conflitto tra il reale e l’immaginario, tra il vero e il falso, scava tra Cartesio e Antonioni un abisso incolmabile: mentre il primo dinnanzi al dubbio opta per la realtà scoperta a furia di argomentazioni lasciando da parte il mondo dei sogni, Thomas [il protagonista del film di Antonioni] opta chiaramente per l’indeterminazione della verità, lasciando stavolta da parte le pretese evidenze oggettive (come per esempio la fotografia, dapprima garante di restituzione esatta di un reale che alla fine si è rivelato più fugace che mai). In realtà l’accaduto fa in modo che il fotografo metta per la prima volta in discussione proprio l’affidabilità della macchina fotografica, nonché la sua prepotente garanzia di oggettività.
Diversamente dalla filosofia cartesiana, il film rappresenta una sconfitta dell’oggettività in favore di un multiprospettivismo perennemente oscillante, come se l’incertezza sistematica e la totale mancanza di fondamenta del campo visivo rappresentassero la scelta più adatta per un essere finito come l’uomo.
Domenica 25 maggioancora un appuntamento a Rieti, alle 17:00 al Bowling, questa volta per confrontare idee, opinioni ed esperienze sul tema dei videogiochi, sempre nello stile di Immaginare l'infanzia.
Un incontro per grandi e piccini con degustazione di videogiochi.
In preparazione di ciò, mi sono immerso nella lettura di tre saggi sull'argomento.
La raccolta di saggi C:cube, che analizza i nuovi linguaggi mediatici che prediligono l'immediato coinvolgimento del corpo e della sua attitudine performativa e la loro forma estetica capace di intrecciare un rapporto di interscambio con gli altri ambiti della creatività contemporanea.
La narrazione di storie e personaggi dei videogiochi compiuta da Jaime D'Alessandro in Play 2.0, una ricostruzione storica precisa, puntuale e anche narrativamente accattivante.
Infine, un'altra raccolta, a cura di Matteo Bittanti, Schermi interattivi, che ricostruisce e analizza il rapporto dei videogiochi con il cinema nei termini di rimediazione e narrazione transmediale, soprattutto sottolineando le peculiarità dei videogiochi e dei videogiocatori, che sono ad un tempo fruitori e produttori, attori e registi, consumatori e creatori, tessitori di un testo infinitamente aperto.
Morpheus: Ti interessa sapere di che si tratta, che cos'è? Matrix è ovunque, è intorno a noi, anche adesso nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra o quando accendi il televisore. L'avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo dinanzi agli occhi, per nasconderti la verità. Neo: Quale verità? Morpheus: Che tu sei uno schiavo. Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado purtroppo di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è.
ll film Matrixpotrebbe in parte essere fatto valere come una rappresentazione del pensiero (gnoseologico e politico) di Platone. In particolare, Matrix sembra riscrivere il mito della caverna che il filosofo narra ne La Repubblica: all'interno di una caverna, uomini schiavi sono incatenati alla roccia, costretti a guardare di fronte a sé verso il fondo della caverna. Fuori della caverna si erge un muretto, dietro al quale camminano, nascosti, degli uomini che portano sulle proprie spalle statue rappresentanti tutte le cose esistenti. Dietro a questi uomini arde un fuoco che proietta sul fondo della caverna le ombre delle statue; gli uomini schiavi, costretti a guardare davanti a sé e impossibilitati a voltarsi, scambiano le ombre che appaiono sulla parete della grotta per la vera realtà.
«E non c’è dubbio che agli occhi di queste persone la realtà non sarebbe fatta altro che dalle ombre degli oggetti al di là del muro».
Spagna, 1944. La fine della guerra civile.
Ofelia si trasferisce insieme alla madre, risposata da poco, a casa del nuovo patrigno, il freddo e autoritario Vidal, capitano dell'esercito di Franco. Trovando insopportabile la nuova vita, la piccola Ofelia trova rifugio in un misterioso labirinto nascosto vicino alla grande casa di famiglia dove il Fauno, magica creatura guardiana del labirinto, le rivela che lei è la principessa smarrita di un regno magico e le propone tre prove per dimostrarlo...
Bellissimo questo film di Guillelmo Del Toro che, come il precedente La spina del diavolo, intreccia i fili storici con quelli fantastici per una trama molto ben riuscita.
Ci sono insetti fatati, un fauno molto ambiguo e mostri spaventosissimi.
Molto bella anche l'edizione speciale del dvd con tanti contenuti speciali e un booklet.
Ma sono in dubbio su quale mostro sia stato il più spaventoso: il rospone gigante, il ghoul mangia-bambini con gli occhi sui palmi delle mani, o il capitano franchista? Mmm, mi sa che una risposta ce l'ho, e non è l'immagine qui sotto, che ho inserito solo perchè bellissima, e non è nemmeno il rospone, perchè le rane mi piacciono.
Questo il motto del famoso giocattolo astronauta Buzz Lightyear, uno dei protagonisti di Toy Story - Il mondo dei giocattoli, primo lungometraggio d'animazione completamente sviluppato in computer grafica.
La stessa voglia, desiderio di infinito, di libertà, la si ritrova in Bruno il nolano, e soprattutto in alcune sue poesie contenuto ne Gli eroici furori (da intendersi come erotici furori, cioè furori d'amore, che è proprio la forza che - come già Platone filosofava - mette le ali, fa spuntar le penne sulla schiena).
Poi che spiegat'ho l'ali al bel desio,
quanto più sott'il piè l'aria mi scorgo,
più le veloci penne al vento porgo,
e spreggio il mondo, e vers'il ciel m'invio.
Né del figliuol di Dedalo il fin rio
fa che giù pieghi, anzi via più risorgo.
Ch'i' cadrò morto a terra, ben m'accorgo;
ma qual vita pareggia al morir mio?
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Quindi l'ale sicure a l'aria porgo
né temo intoppo di cristallo, o vetro,
ma fendo i cieli, e a' l'infinito m'ergo.
E mentre dal mio globo a gli altri sorgo,
e per l'etereo campo oltre penétro,
quel ch'altri lungi vede lascio al tergo.
David Dunn (interpretato dal duro a morire Bruce Willis), agente della sicurezza allo stadio di Filadelfia e uomo infelice, è l'unico sopravvissuto di un disastro ferroviario (125 morti). Elijah Price (Samuel L. Jackson), collezionista di fumetti e affetto da una rara malattia alle ossa che lo rende "fragile", si convince che Dunn sia una sorta di eroe indistruttibile.
Il regista M.Night Shyamalan torna nel 2000 - dopo il successo de Il sesto senso (1999) - con un altro thriller, Unbreakable, inquietante, visionario e della forte ambizione filosofica.
Quali sono i possibili impliciti filosofici che sostengono la trama del film? Forse basta ascoltare/leggere le parole conclusive dell'uomo di vetro Elijah rivolte all'indistruttibile David: «Ora che sappiamo chi sei tu, so chi sono io. Non sono un errore, tutto ha un senso. Nei fumetti lo sai come si fa a sapere chi è il cattivo più temibile? È l'esatto opposto dell'eroe e molto spesso sono amici, come io e te».
In quel romanzo di formazione della coscienza e ragione umane che è la Fenomenologia dello Spirito, Hegel sostiene che l’autocoscienza non può restare una vuota identità, un’autointuizione formale, non può rimanere chiusa nella singolarità del soggetto: essa ha bisogno di essere riconosciuta, di realizzare la propria libertà e identità mediante un altro essere altrettanto libero ed autocoscienze e capace quindi di darle la certezza di essere tale. Questo non può avvenire attraverso un rapporto puramente comunicativo, teoretico, ma comporta inevitabilmente una dimensione pratica di sfida e di lotta, il cui esito è l’instaurarsi del rapporto servo-padrone: un’autocoscienza è pronta a rinunciare alla vita pur di essere riconosciuta indipendente, l’altra ad accettare di essere dipendente pur di non perdere la vita.
Solo sapendo chi è l'altro da sé si può arrivare a sapere chi si è, solo nel concreto rapporto con il diverso, l'opposto, si può costruire la propria autocoscienza. Come è per il servo e il padrone, così solo incontrando un uomo indistruttibile il fragile Elijah sa chi è, sa che non è un errore, sa di essere l'uomo di vetro; e viceversa, solo dopo l'incontro con il suo opposto, David inizia a capire di essere un uomo che non si ammala mai, che non si può "rompere".
Torno a casa dal lavoro e mi butto sulla poltrona per staccare un po'. Accendo la tv e mi sintonizzo sui Simpsons ma... attenzione, i Simpsons e la filosofia hanno molto a che fare tra di loro, quei cosi gialli stimolano l'intelligenza.
Più tardi cambio canale, mi voglio vedere un bel noir, un thriller mozzafiato ma... non c'è niente da fare, non si sfugge, Platone suona sempre due volte e la filosofia mi assedia e mi invade anche attraverso questa visione.
Alla sera un paio di episodi di Dr. House medical division, ma... Dreca mi informa che esiste anche la filosofia del dr. House, logica epistemologia ed etica di questo cinico medico.
Non c'è davvero scampo, la filosofia è tutta intorno a me, a te, a noi...
La celebre frase attibuita alla regina Maria Antonietta - «Se non hanno il pane date loro le brioches» -, rivolta al popolo parigino affamato e in rivolta, al di là della sua storicità o meno mostra i due possibili volti che la storiografia attribuisce alla sovrana francese: fu una regina insensibile o semplicemente ingenua?
La stessa alternativa è proposta dalle contrapposte figure messe in scena da due noti anime: Il Tulipano Nero (o La Stella della Senna) e Lady Oscar. Se la Maria Antonietta del primo è certamente una regina meschina, quasi spietata, interessata solo a prevalere nelle feste di corte per eleganza e splendore, quella del secondo, invece, tratto dal manga Le rose di Versailles (Versailles no bara) di Riyoko Ikeda, è una sovrana giovane, quasi bambina, e ingenua, tenuta all'oscuro della realtà sociale che la circonda.
Che immagine viene fuori, invece, dal film di Sofia Coppola del 2006?
Io ancora non sono riuscito a vederlo, voi che mi dite?