Che cos'è, esattamente, un emblema? La definizione che si legge sui dizionari pare largamente insufficiente: un'immagine enigmatica o simbolica, accompagnata da un motto che aiuta a decifrarne il significato, a sua volta chiarito più in basso da un breve testo, in versi o in prosa. Per fortuna viene in soccorso la pubblicità. Avete presenti le scarpe Nike? Nike in greco vuol dire vittoria; il logo stilizzato allude appunto alle ali di una Vittoria alata (come la statua del Louvre); e il motto "Just do it!" occupa lo spazio che spettava alla riflessione sentenziosa. Potere dell'immagine, concisione, memorabilità: un emblema e un brand di successo hanno parecchie cose in comune.
Ci si può immergere in questo mondo di simboli e cifre grazie all'edizione del capostipite di questo fortunato genere letterario: Il libro degli emblemi di Andrea Alciato, la cui prima edizione apparve in Germania nel 1531 (una seconda edizione fu approntata nel 1534 e in successive ristampe, fino al 1621, il numero degli emblemi lievita da 113 a 212, corpus che lunga tutta la sua vita Alciato non aveva mai smesso di incrementare e correggere, riorganizzando testi e immagini).
Pervasa da una crescente curiosità per i geroglifici, che erano ritenuti celare il sapere originario dell'Egitto, la cultura rinascimentale era ormai pronta a entusiasmarsi per un'opera del genere. Proprio questo legame degli emblemi con gli interessi "ermetici" degli umanisti è importante: oltre alla memorabilità del nesso parola/immagine, con le sue evidenti implicazioni pedagogiche, la forma dell'emblema implica infatti anche una comunicazione cifrata, per iniziati, capaci di decifrare i significati reconditi racchiusi in una figura mitologica o in un simbolo. Di lì a pochi anni, la secolare passione delle aristocrazie europee per i motti figurati che ogni gentiluomo era tenuto a scegliere come autodescrizione del proprio carattere e delle proprie aspirazioni, sarebbe nata anche su queste basi e avrebbe trasformato la cultura dell'emblema in un raffinato gioco di società. Oltre la vicenda delle interpretazioni ermetiche di questi emblemi e le loro influenze sulla storia dell'arte, c'è un altro filone di indagine che non può essere trascurato. In quanto massimo giurista del Cinquecento, Alciato è stato percepito dai suoi contemporanei come un pensatore politico e appunto di riflessioni sulla vita associata degli uomini sono pieni gli Emblemata, che nelle ristampe degli anni Quaranta giungono ad accogliere più di uno spunto dalle opere di Machiavelli, a cominciare dalla figura, ambigua, del centauro come incarnazione del perfetto politico, che dovrà, alla bisogna, recuperare la propria metà ferina per prevalere nella contesa. Esattamente come per le numerose reinterpretazioni alchemiche, in questa chiave nei decenni successivi non mancarono riscritture e chiose del libretto di Alciato ripensato come "manuale di prudenza" per i sovrani.
(da Gabriele Pedullà, L'apparenza non inganna, in Il Sole 24 Ore - Domenica, 6 dicembre 2009)
Doppiamente interessante la raccolta di brevi Saggi di Thomas Mann su Schopenhauer, Nietzsche e Freud.
Dal punto di vista filosofico gli scritti dell'autore tedesco sono puntuali, precisi e fondati, oltre che interessanti - soprattutto quello su Schopenhauer.
Dal punto di vista letterario, invece, è interessante leggere come Mann riconosca e sveli quale influenza ha avuto sulla sua opera narrativa quella filosofia "irrazionalistica" che si oppone ad ogni abuso razionalistico, idealistico, ad un sereno e superficiale illuminismo, senza cadere in un oscurantismo reazionario, ma valorizzanto gli aspetti più profondi (volontà, istinto, inconscio) dell'essere umano.
«"Chi si interessa della vita" ho scritto nella Montagna incantata" si interessa necessariamente anche della morte". In queste parole è ben visibile l'orma di Schopenhauer, profondamente impressa e persistente in tutta la mia vita. Schopenhaueriane sarebbero state anche le seguenti parole se avessi aggiunto: "Chi si interessa della morte, cerca in essa la vita". Ma questo pensiero io l'avevo già espresso, anche se in maniera meno epigrammatica, giovanissimo ancora, nel mio romanzo giovanile [I Buddenbrook], quando, dovendo far morire il protagonista, gli concessi di leggere quel grandioso capitolo sulla morte [de Il Mondo come volontà e rappresentazione], sotto la cui fresca impressione mi trovavo allora io stesso»
«Agli occhi del gatto tutto è del gatto» è un proverbio inglese che mi ha inconsapevolmente citato una studentessa l'altro giorno mentre la interrogavo sull'immagine dell'uomo nel periodo umanistico/rinascimentale. Discutendo della critica mossa da Montaigne nei suoi Saggialla visione presuntuosa e arrogante di un uomo che è «la piú disgraziata e la piú fragile di tutte le creature [...] e tuttavia la piú orgogliosa», che «s'immagina di porsi al di sopra della sfera lunare e di poter mettere il cielo sotto i suoi piedi» e che «per la vanità di questa stessa immaginazione si eguaglia a Dio, si attribuisce le possibilità divine, attribuisce a se stesso ogni privilegio e si separa dalla massa delle creature», ricordavo di come il filosofo francese avesse fatto proprio l'esempio della sua gatta per spiegare tutto ciò: «quando gioco con la mia gatta chissà se essa mi prende come suo passatempo cosí come faccio io per essa?».
Stamattina, mentre leggevo Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, mi imbatto in un «gatto dell'isola di Man, fermo al centro del prato come se anche lui interrogasse l'universo».
Solo piccole risonanze.
Io, immagine di Dio! Io che mi credevo vicinissimo allo specchio dell'eterna verità, io, superiore a un cherubino, io che osai godere, pieno di presentimenti, una vita divina. Io, che il tuono di una parola mi ha cacciato.
Ho studiato, a fondo e con ardente zelo, filosofia e medicina, e purtroppo, anche teologia. Eccomi qua, povero pazzo, e ne so quanto prima.
Vengo chiamato Maestro, anzi dottore e già da anni meno per il naso, in su e in giù, i miei scolari. E scopro che non possiamo sapere nulla. Ciò mi brucia quasi il cuore. Ne so, è vero, un po' più di tutti quegli sciocchi, dottori, maestri, scribi e preti; non mi tormentano né scrupoli né dubbi, né ho paura del diavolo o dell'inferno. Però mi è stata tolta in cambio di ciò ogni gioia; non mi metto in capo di sapere qualcosa di buono, non mi illudo di poter insegnare qualcosa, di saper rendere migliori o convertire gli uomini. Mi sono dato pertanto alla magia naturale, se mai il potere o la parola dello Spirito mi rivelassero qualche segreto. Per non dover dire, dopo così amare, sudate fatiche, quello che non so, per poter scoprire ciò che, nel profondo, tiene insieme l'universo e contemplare ogni attiva energia ed ogni primitiva sostanza e smetterla di rovistare tra le parole.
Ma no... non mi è lecito osare di rassomigliare a te. Ho avuto la forza di attirarti, ed in quel momento beato mi sentii così piccolo e così grande. Ma tu mi ricacciasti crudelmente dentro l'incerto destino degli uomini. Ed ecco, ora mi si dissecca il corpo e mi s'umetta il cervello; mi nascono i tofi e mi cascano gli denti, mi s'inora la carne e mi s'inargenta il crine; mi si distendono le palpebre e mi si contrae la vista, mi s'indebolisce il fiato e mi si rinforza la tosse; mi si fa fermo il sedere e trepido il camminare, mi trema il polso e mi si saldano le coste; mi si assottigliano gli articoli e mi s'ingrossano le giunture, mi s'indurano gli talloni e mi s'ammolla il contrappeso; l'orticello della cornamusa mi s'allunga, et il bordon s'accorta.
(dal libretto teatrale de La cena de le ceneri di Bruno, adattamento di Federico Bellini e regia di Antonio Latella)
Afterhours, Dentro Marilyn
... l'anima brucia più di quanto illumini...
È come Harry Potter: il cappello parlante ha rivelato la sua natura da serpeverde, ma lui si è fatto il proprio destino scegliendo di andare nel grifondoro.
Parafraso così le parole che uno dei personaggi di Dr. House - serie di per sé profondamente filosofica - ha pronunciato nell'episodio andato in onda l'altra sera.
Io, a questo punto, ci aggiungo Sartre e il suo concetto di circuito dell'ipseità, per cui non è tanto importante cosa gli altri hanno fatto di noi, ma cosa noi facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi.
Per Sartre è la malafede l'atteggiamento in base al quale ci si nasconde dietro i determinismi, si sostiene di non decidere, di essere trasportati dal proprio passato o dal destino, più che agire vuole si credere di essere agiti. Questa presunta passività, questo “volo a vela”, questa “costituzione passiva”, è semplice auto-inganno: in realtà è necessario che la coscienza dia esistenza alla propria costituzione, che la attualizzi. I soggetti non sono mai oggetti del proprio destino, è necessario che il destino venga attuato.
Per Sartre la passività viene interiorizzata e poi riesteriorizzata in un processo dialettico continuo, i condizionamenti vengono assunti (affermati o negati) e superati in una proposta successiva. Si tratta di due fasi di uno stesso movimento assolutamente libero (l’uomo è condannato alla libertà): il primo è il processo di interiorizzazione dell’esterno, il secondo è l’esteriorizzazione dell’interno. Questo piccolo movimento fa di un essere condizionato un uomo.
È necessario che questo circuito dell’ipseità sia un’azione autentica, un’accettazione della propria libertà, e non la scelta in malafede di non superare la fatticità e bloccare il proprio essere in una recita.
IL SIGNORE MAGRO - Che cosa pensa de L'ultimo giorno di un condannato?
ERGASTO - In fede mia, signore, non l'ho letto e non lo leggerò. Sembra che ci sia un capitolo contro la religione e un capitolo contro la monarchia. Se fossi procuratore del re...
IL CAVALIERE - Già, procuratore del re; e la Carta [costituzionale elargita da Luigi Filippo ai francesi all'atto di salire al trono nel 1830], e la libertà di stampa? Nondimeno, un poeta che vuol sopprimere la pena di morte è odioso. Ah, ah, sotto l'antico regime se qualcuno si fosse permesso di pubblicare un romanzo contro la tortura... Ma, dopo la presa della Bastiglia, si può scrivere tutto; e i libri fanno un male terribile.
IL SIGNORE GRASSO - Terribile! Si stava tranquilli, non si pensava a niente, di tanto in tanto, in Francia, si tagliava una testa qua e là, al massimo un paio alla settimana, e tutto senza rumore, senza scandalo. Non se ne diceva niente, nessuno ci pensava; ed ecco qui un libro... un libro che fa venire un terribile mal di testa.
ERGASTO - Ciò turba le coscienze. Ah, che libro abominevole!
IL CAVALIERE - Ah, i nostri tempi! Come si è depravato tutto dopo d'allora, il gusto e i costumi.
IL FILOSOFO - Ma, non si pranza in questa casa?
(Victor Hugo, Una commedia a proposito di una tragedia, prefazione in forma di dialogo inserita nella quarta edizione de L'ultimo giorno di un condannato)
Molti anni fa, su un pianeta molto distante dal nostro, accadde una cosa veramente strana. All’inizio era tutto normale. Gli abitanti di quel pianeta erano molto affaccendati e ogni cosa funzionava a dovere. Sennonché un giorno…
La signora Bum doveva partire per un viaggio d’affari, ma non riusciva a trovare il suo borsellino. Il signor Bam voleva fare le pulizie ma non riusciva a trovare la scopa. Nel giro di poche ore si scoprì che su quel pianeta tutti avevano perso qualcosa.
Il signor Bam propose una spiegazione: «Forse stiamo cercando nei posti sbagliati», disse. Tutti si misero a cercare meglio, ma le cose scomparse non saltarono fuori. E quel che è peggio, nel frattempo ne erano scomparse molte altre.
Il signor Bam propose un’altra spiegazione. «Forse le cose scompaiono quando smettiamo di guardarle. Tenete d’occhio le vostre cose se non volete che scompaiano!»
Per fortuna, un bel giorno sul pianeta tornò improvvisamente la normalità. Le cose smisero di scomparire.
Soltanto, il signor Bam continuava a proporre le sue teorie. «Chissà, forse le nostre cose scompaiono ancora quando non le guardiamo ma ricompaiono quando le guardiamo di nuovo». Così ogni tanto si girava di scatto per cercare di cogliere le cose di sorpresa e vedere se erano ancora lì dove le aveva lasciate…
E se fosse davvero così? come facciamo ad essere sicuri che le cose non scompaiono quando non le guardiamo? Se l’unico modo che abbiamo di saperlo è di guardare, siamo proprio in un bel pasticcio! Per fortuna l’importante è che le cose siano lì quando le guardiamo.
Immanuel Kant was a real piss-ant who was very rarely stable. Heideggar, Heideggar was a boozy beggar who could think you under the table.
David Hume could out-consume Wilhelm Freidrich Hegel.
And Whittgenstein was a beery swine who was just as sloshed as Schlegel.
There's nothing Nieizsche couldn't teach 'ya 'bout the raising of the wrist. Socrates, himself, was permanently pissed.
John Stewart Mill, of his own free will, after half a pint of shanty was particularly ill. Plato, they say, could stick it away, half a crate of whiskey every day! Aristotle, Aristotle was a bugger for the bottle,
And Hobbes was fond of his Dram.
And Rene Descartes was a drunken fart:
"I drink, therefore I am."
Yes, Socrates himself is particularly missed;
A lovely little thinker, but a bugger when he's pissed.
«E adesso forza, facce, fatevi avanti! No, non vi dico addio, estranee sconosciute facciate dei tizi estranei e sconosciuti che mi leggeranno, anzi, vi do il benvenuto. Salve graziose ghirlande di parti del corpo, tutto comincia adesso: fatevi avanti, venite a me, rimpastatemi pure, fabbricatemi una faccia nuova, perché debba di nuovo fuggirvi e rifugiarmi in altre persone e correre correre correre attraverso tutta l'umanità».
(Witold Gombrowicz, Ferdydurke)
Il protagonista del romanzo di Gombrowicz accetta il tentativo di sfuggire al viso, sembrando in ciò seguire il suggerimento filosofico di Deleuze e Guattari sulla "deviseificazione": «essa libera per così dire teste cercanti che disfano gli strati al loro passaggio, forano i muri di significanza e balzano fuori dai buchi di soggettività, abbattono gli alberi per fare posto a veri e propri rizomi, e guidano i flussi verso linee di deterritorializzazione positiva o di fuga creatrice» (Gilles Deleuze, Félix Guattari, Millepiani).
E Stanislaw Ignacy Witkiewicz (aka Witkacy) - pittore, commediografo, filosofo, critico letterario, romanziere e amico di Gombrowicz - sembra mettere in pratica, con La Ditta dei ritratti, proprio l'idea che la personalità sia al limite afferrabile solo in molteplici sequenze, in molti ruoli-maschere, eseguendo infatti una serie di ritratti di uno stesso soggetto e in una varietà di stili - da quelli più “rileccati”, vicini al kitsch, fino a un groviglio di linee quasi astratto, e alcuni realizzati con l’ausilio di narcotici di qualità superiore (alcol, cocaina, caffeina, etere, tè, mescalina) e dal prezzo inestimabile.
Così, nell’anarchia totale di un disegno ribelle che, pur senza rifiutare il ritratto, gli dimostra ostentatamente la sua disistima, nel moltiplicarsi all’infinito della forma che confonde l’immagine e fa aumentare la tensione, il disegno raggiunge il limite oltre cui appare il “mistero”.
Non bisogna soccombere alle teorie, ma sapere che i sistemi hanno vita brevissima e non lasciarsi sopraffare da essi, spiega Witold Gombrowicz nella parte su l'esistenzialismo della sesta - e ultima - lezione del suo Corso di filosofia in sei ore e un quarto.
«L'esistenza è fatta di nulla e non può essere scoperta se non dall'esistenza del nulla. (Esempio, Stavrogin, ne I Demoni di Dostoevskij, nella scena del duello [tutto torna, ma io ancora non sono arrivato a leggere quel punto...]). Io dico: l'uomo non deve lasciarsi ingannare dalla propria forma. Deve cercare di andar oltre, e affermare che l'uomo sfugge a ogni definizione, a ogni teoria, a tutto. La relazione dell'uomo con il suo pensiero più profondo è caratterizzata dall'immaturità. È come uno studente che si sforzi di dire cose importanti con uno scopo futile, per superare un altro, ad esempio, per mostrarsi più sapiente di lui».
Per questo Gombrowicz si interessa dell'esistenzialismo - del quale, anzi, può essere considerato un anticipatore letterario - e apprezza soprattutto il pensiero di Heidegger che, chiedendosi perché esiste qualcosa e non il nulla, pone prima il nulla e poi, in secondo luogo, come sua contraddizione, l'essere, conducendo a esperire l'esistenza umana come una costante opposizione al nulla, «una fiamma che incessantemente richiede di esser ravvivata, alimentata».
Per Heidegger l'esistenza umana non è del tutto assicurata, ma esige continue conquiste, preoccupazioni, cura (Sorge), e l'uomo non è mai laddove è ma sempre trascendente, il suo tempo è il futuro e sua caratteristica autentica l'essere-per-la-morte (Sein-zum-Tode).
«Non si tratta di chiedersi se bisogna o non bisogna fare della filosofia. Facciamo della filosofia, perché non è possibile sottrarsi. È fatale. La nostra coscienza si pone dei problemi. Bisogna tentare di risolverli. Alla filosofia non è possibile sottrarsi».
Così afferma Witold Gombrowicz alla fine della prima lezione del suo Corso di filosofia in sei ore e un quarto - che ho comprato l'altro giorno.
Uno dei filosofi trattati dall'autore polacco è Schopenhauer, di cui si apprezza la teoria sull'arte: «L'arte, secondo Schopenhauer, ci mostra il gioco della natura e delle forze, ossia la volontà di vivere. Egli si chiede perché la facciata di una cattedrale ci incanta mentre un semplice muro non suscita in noi interesse alcuno. È perché la volontà di vivere della materia, risponde, si esprime nella pesantezza e nella resistenza. Un muro non mette in evidenza il gioco di queste forze, perché ogni sua particella resiste e pesa al tempo stesso, mentre la facciata della cattedrale mostra le forze in azione, in quanto le colonne resistono al peso dei capitelli. È qui chiara la lotta tra la pesantezza e la resistenza della materia».
Gombrowicz si sente molto vicino al filosofo tedesco: afferma che per lui è un mistero che libri interessanti come quelli di Schopenhauer e i suoi non trovino lettori; ma anche che un genio non può aver successo, perché anticipa i tempi, ed è dunque incomprensibile e non serve a nessuno, e così Schopenhauer e lui si consolano.
«Come diceva Nietzsche, il destino è il termine con cui i vigliacchi descrivono ciò che non hanno la forza di cambiare», grida Charles Xavier mentre sta affrontando Sinistro sul piano astrale - come da splendida immagine qui sotto - in X-Men Legacy215 dell'ottobre 2008 (in Gli Incredibili X-Men 228 del giugno 2009).
E nel numero precedente (X-Men Legacy 214 del settembre 2008, in Gli incredibili X-Men 227 del maggio 2009), citando Little Gidding - ultimo dei Quattro quartetti - di T.S. Eliot, afferma: «Non dobbiamo desistere dal viaggiare. E la fine di tutti i nostri viaggi dovrà arrivare là dove avevamo iniziato e conosceremo il posto per la prima volta».
Splendido invito al viaggio.
Filosofia, poesia, ancora una volta i fumetti si dimostrano tutt'altro che letture infantili.
Ecco com'è, signorina mia, sempre che lo vogliate sapere. In una capanna, signorina mia, nel nostro secolo industriale non ci vive nessuno.
Innanzi tutto, bellezzina mia, egregia signorina, non vi lasceranno uscire, ma vi inseguiranno e poi... sotto chiave, in convento. E allora, signorina mia? Che volete che faccia, allora? Vorrete che io, signorina mia, seguendo l'esempio di certi stupidi romanzi, venga sulla vicina collina a sciogliermi in lacrime, guardando le fredde mura della vostra prigione e che, infine, muoia seguendo la moda di certi cattivi poeti e romanzieri tedeschi? Bene: in primo luogo permettetemi di dirvi, in via amichevole, che queste cose non si fanno, e in secondo luogo che frusterei di santa ragione voi e i vostri genitori perché vi hanno permesso di leggere certi libercoli francesi; giacché i libercoli francesi non insegnano nulla di buono. C'è un veleno, là dentro, un mortifero veleno, signorina mia!
Ne approfitto per segnalarvi un gioco su ThinkTag - di cui vi avevo già parlato qui -, in questo scaffale del canale dedicato a Parlare le immagini. Si tratta di un gioco di rete sul tema dell'immaginario di scrittura, da documentare e discutere concentrando le attenzioni in particolare sulle dimensioni del maschile e del femminile associate agli atti di scrittura.
Tra le risorse finora proposte, c'è il dipinto di Pierre Antoine Baudouin che in questo post ho affiancato al testo di Dostoevskij.
Dimmi, figliolo, conosci un critico che si chiamava Walter Benjamin? Scrisse un saggio che si intitolava L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Vedi, Benjamin si preoccupava della produzione di massa... stampa, fotografia... del modo in cui influenza l'aura dell'arte. Guardare una foto della Monna Lisa su una rivista è come vedere il dipinto vero al Louvre? Copiare l'arte ne cambia l'essenza artistica?
"Quel che si atrofizza nell'epoca della riproduzione tecnica è l'aura dell'opera d'arte". E poi, più avanti "Si potrebbe dire generalizzando che la tecnica di riproduzione distacca l'oggetto riprodotto dal dominio della tradizione. Creando riproduzioni, essa sostituisce una pluralità di copie a un'esistenza unica". Argomento affascinante, no?
Albert Camus scrisse Il mito di Sisifo. Per Camus tutti noi, come Sisifo, siamo intenti quotidianamente a spingere una roccia fin sulla cima di una collina, per poi vederla rotolare di nuovo a valle, e sappiamo che il giorno dopo dovremo rifare la stessa cosa. Per Camus bisogna affrontare l’assurdo e accettarlo. Anche la vita e la morte di Kenny di South Park possono essere viste come un’espressione dell’assurdo. Il compito di Kenny è morire e, per lo più, la gente ride o non lo nota, punizione assurda e priva di senso come il compito di Sisifo. L’atteggiamento indifferente verso la morte di Kenny è l’atteggiamento dell’assurdo perché riflette l’indifferenza dell’universo nei confronti della mortalità umana. Quindi, come Sisifo che spinge il masso tutti i giorni, Kenny deve affrontare il suo destino senza trovare una consolazione nelle risposte.. egli viene ucciso solo per essere resuscitato e poi di nuovo ucciso. Come Sisifo, deve spingere tutti i giorni lo stesso masso, senza una ragione confortante del perché la sua vita non abbia senso. Anche se non moriamo continuamente come Kenny, tutti noi gli assomigliamo poiché dobbiamo affrontare l’assurdità della vita. Per Camus Sisifo è un eroe perché, cosciente della sua condizione assurda, sceglie di affrontarla e accettarla e così è più forte del suo macigno: comprende che la vita non ha alcun significato intrinseco, tuttavia continua a vivere. Camus definisce tale posizione come una rivolta poiché l’assurdo viene compreso ma non si cede alla rassegnazione. Sisifo dice “sì” al suo destino e non lo rifiuta, non si dispera né pensa di potersi sottrarre a esso, è privo di illusioni e non cerca consolazione in storielle confortanti riguardanti il significato della vita. La lotta di Sisifo gli appartiene sino in fondo e sta a lui deciderne il valore poiché non ci saranno mai risposte riguardanti lo scopo della vita. Sisifo dice “sì” al suo compito assurdo, proprio come Kenny sembra accettare la sua funzione comica: continua, come Sisifo, a dire “sì” al suo compito e dà un significato a se stesso, nonostante l’assurdità della vita.